Cosa abbiamo fatto della memoria della Shoah?

 

La riflessione dello storico Georges Bensoussan nel suo ultimo libro "L'histoire confisquée de la destruction des Juifs d'Europe. Usages d'une tragédie".

 

Recensione di Laura Fontana

 

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Consigli di lettura in ordine sparso

In questa sezione voglio segnalare esclusivamente alcuni libri che ho letto e che mi hanno particolarmente interessato e lo farò seguendo solo il mio gusto personale, senza rispettare un ordine gerarchico tra le letture e con la libertà di scelta che contraddistingue il mio lavoro.

Non sarà in alcun modo una vetrina pubblicitaria per le decine di volumi che gentilmente autori ed editori mi inviano.

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Favole da Auschwitz: disegnare per resistere all’orrore

Nei campi di concentramento e di prigionia del sistema nazista (ma anche nei ghetti), i prigionieri tentarono disperatamente e con ogni mezzo possibile di resistere al lento annientamento psichico e fisico, non solo lottando ogni ora e ogni giorno per la propria sopravvivenza, ma anche per tentare di preservare la propria dignità di esseri umani. L’arte, laddove fu possibile praticarla anche con mezzi di fortuna, fu sicuramente uno degli strumenti privilegiati delle vittime, non tanto per rappresentare mimeticamente ’orrore di quei luoghi di morte, quanto per creare un piccolo spazio di libertà, di poesia, di fantasia, di straniamento, dando vita ad un mondo immaginario – il mondo di prima della Shoah, di casa, della famiglia, di una vita normale –capace di alleviare almeno per un breve momento il peso della sofferenza nel lager e la nostalgia indicibile per i propri cari.

Ringrazio moltissimo Jadwiga Pinderska-Lech, responsabile editoriale per il Museo di Auschwitz, per avermi fatto conoscere l’incredibile storia di queste favole che furono disegnate clandestinamente da alcuni prigionieri polacchi nel campo di concentramento di Auschwitz. Sfogliando il bellissimo volume (Bajki z Auschwitz, Favole da Auschwitz) che il Museo ha pubblicato nel 2009, a cura di Jarek Mensfelt e della stessa Pinderska-Lech, mi viene voglia di intervistare Jadwiga per saperne di più (anche per colmare la mia ignoranza del polacco, lingua del volume).

 

Ecco il nostro dialogo tra Parigi e Auschwitz:

D-Come sono nate queste favole e perché vennero disegnate in un luogo come Auschwitz?

R- “Sono il frutto dell’opera illegale realizzata da alcuni prigionieri polacchi che lavoravano negli uffici delle SS della Zentralbauleitung del lager, la sezione centrale di costruzione dove venivano studiati i piani di ampliamento del campo. L’idea nacque nell’estate 1944 dopo che uno di loro rinvenne casualmente, probabilmente nei pressi del Kanada (luogo del campo dove venivano immagazzinati i beni tolti ai deportati e alle vittime) un libretto di favole che, con ogni probabilità, apparteneva ad uno dei tanti bambini ebrei deportati dalla Cecoslovacchia e uccisi ad Auschwitz-Birkenau.

Sfogliare quelle favole colorate insieme agli altri compagni ebbe il potere di suscitare forti emozioni e l’insopprimibile desiderio di reagire in qualche modo: da un lato, il libretto richiamava il mondo magico e innocente dell’infanzia, del sogno, dell’età dell’innocenza capace di far sognare e di consolare chiunque, dall’altro, la consapevolezza dei tanti bambini assassinati in quel luogo si univa alla forte nostalgia per i figli rimasti a casa e al timore dei prigionieri di non uscire vivi da Auschwitz e dunque di non rivederli mai più. Tutto questo insieme di emozioni fece scaturire l’idea di creare nuove favole.

Avendo accesso ai colori, alla carta da ricalco e ai fogli, i prigionieri decisero di ricreare le storie secondo il gusto e la tradizione polacca, in modo da adattarle come fiabe destinate ai propri bambini ai quali desideravano inviarle come regalo.

D- Quanti furono i libretti di favole che riuscirono a realizzare i prigionieri?

R- In totale nel lager si arrivò a eseguire in clandestinità circa 50 esemplari. Tra i libretti realizzati vi furono: “La fiaba delle avventure del pulcino nero”, “La favola della lepre, della volpe e del gallo”, “Su tutto ciò che vive”, “Il matrimonio delle grandi vespe”, “L’enorme egoista” e “I racconti del gatto saggio”. Le favole si caratterizzano per il talento espressivo nel disegno e per la cura della calligrafia con cui si narrano le storie.

D- Siete riusciti a scoprire quali e quanti prigionieri esattamente abbiamo partecipato alla produzione dell’opera?

R-Al processo di creazione delle fiabe presero parte oltre 20 prigionieri. Alcuni componevano le versioni polacche dei testi, altri scrivevano con la loro bella calligrafia, decoravano con disegni, copiavano, cucivano insieme i quaderni e creavano le copertine, altri ancora si assicuravano che le SS o un testimone inaspettato non si avvicinassero.

D- Ma come facevano i prigionieri a far recapitare ai propri figli questi libretti? Doveva essere molto rischioso farli uscire segretamente dal campo.

R- Innanzitutto il solo fatto di utilizzare clandestinamente materiali di proprietà delle SS come la carta e i colori era considerato atto di sabotaggio e punibile con la morte. Inoltre, far uscire dal lager le pubblicazioni implicava l’accusa di allacciare relazioni con la resistenza o di divulgare informazioni sulle condizioni di vita nel campo. Insomma, i prigionieri rischiavano la vita nel dedicarsi a disegnare le favole per i loro bambini. Una volta pronti, i libretti venivano prelevati dai prigionieri dall’ufficio e, approfittando della disattenzione delle SS, trasmessi ai fidati lavoratori civili coi quali erano in contatto durante l’orario di lavoro. Questi ultimi a loro volta li facevano pervenire agli indirizzi segnalati.

Ringrazio ancora Jadwiga Pinderska-Lech, auspicando una prossima traduzione almeno in inglese per poter godere appieno di questa pubblicazione che si colloca, per le caratteristiche in cui fu prodotta, al confine tra opera d’arte (i disegni sono notevoli) e documento-testimonianza del lager.

Queste favole rappresentano un esempio singolare dell’esperienza concentrazionaria di Auschwitz, nel senso che solo condizioni favorevoli legate al tipo di lavoro svolto dai prigionieri nella Bauleitung, unite al talento degli artefici, lo resero, di fatto, possibile. Questi prigionieri, infatti, lavoravano al coperto, senza turni massacranti di lavoro in Kommandos (unità/squadre) all’aperto, sottoposti ad una sorveglianza meno rigida che in altri luoghi del lager e soprattutto riuscirono ad accedere abbastanza facilmente ai materiali tecnici necessari per il disegno e la scrittura. Tuttavia, l’eccezionalità della creazione non deve sminuire l’atto di resistenza di questi deportati che vinsero la paura di essere scoperti e puniti col desiderio di lasciare qualcosa di bello ai propri figli, che testimoniasse la bellezza della vita e la forza della fantasia.

Poiché tutto ad Auschwitz era vietato, salvo obbedire agli ordini dei carnefici, qualunque gesto o azione volto a preservare un briciolo di umanità e di dignità deve essere considerato, in quel contesto drammatico, come resistenza.

E a me l’idea che anche il mondo delicato e ingenuo delle favole riesca ad essere resistenza contro l’orrore di un mondo alla rovescia come Auschwitz mi conforta molto e mi sprona a pensare che, in fondo, abbiamo dentro di noi una luce capace se non di salvarci di consolarci e aiutarci a superare il buio. A volte, basta cercarla meglio per vederla.

 

Laura Fontana

 

Altre informazioni (in inglese) sul sito del Museo di Auschwitz

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"Il profondo legame tra gli ebrei e San Marino durante la Shoah"

Con piacere, pubblichiamo un saggio dal titolo "Il profondo legame tra gli ebrei e San Marino durante la Shoah", di Patrizia Di Luca, Responsabile Centro di Ricerca sull'Emigrazione-Museo dell'Emigrante.

Nella foto Angelo Donati

Si tratta di una ricostruzione storica molto interessante, innanzitutto perché evoca le vicende individuali di alcuni ebrei italiani e stranieri negli anni della persecuzione attuata dal regime nazista e fascista, rileggendole nel contesto di uno Stato sammarinese in grado di promuovere una politica di solidarietà e protezione nei confronti di migliaia di sfollati, tra cui gli ebrei.

Tra tante storie individuali, brilla per coraggio e statuto morale quella di Angelo Donati, ebreo modenese che dal 1925 al 1932 ricoprì tra varie cariche quella di console di San Marino e che rimase sempre legato alla piccola Repubblica. Trasferitosi a Nizza nel 1940, dove rimase fino al 1943, Donati riuscì a salvare dalla deportazione 2500 ebrei della Francia meridionale occupata.

Una ricerca rigorosa basata sullo studio incrociato di diverse fonti documentarie, tra le quali anche quelle del Mémorial de la Shoah di Parigi.

Il saggio è pubblicato in "Identità sammarinesi", a cura della Società Dante Alighieri San Marino, dicembre 2014​​.

Sulla figura di Angelo Donati, si segnala anche il saggio di Luca Fenoglio,

Angelo Donati e la «questione ebraica» nella Francia occupata dall'esercito italiano,

Editore Zamorani, 2013

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Juifs en pays arabes. Le grand déracinement 1850-1975

Georges Bensoussan

Paris, Editions Tallandier, 2012

 

Si intitola: Ebrei nei paesi arabi. Il grande sradicamento 1859-1975 (Juifs en pays arabes. Le grand déracinement 1850-1975) l’ultimo grande lavoro dello storico Georges Bensoussan, appena uscito nelle librerie francesi.  Già autore di una monumentale storia del sionismo (Il sionismo. Una storia politica e intellettuale. 1860-1940, Einaudi, 2007) e di numerosi saggi sulla Shoah, Bensoussan firma un saggio di ampio respiro, ricostruendo con pazienza una storia complessa e dolorosa, smontando idee comuni e mitologie e soprattutto rompendo il silenzio che ha avvolto per lungo tempo il destino di queste comunità.

Fin dall’antichità, ovvero ben prima della conquista araba e della nascita dell’Islam, le comunità ebraiche erano presenti in tutto il Nord Africa e nel Vicino e Medio Oriente, dal Marocco all’Egitto, dalla Libia allo Yemen, senza dimenticare l’Irak e la Tunisia. L’analisi di Bensoussan parte dalla metà dell’Ottocento quando, sotto l’influenza del colonialismo europeo, gli ebrei d’Oriente, a maggioranza sefardita, erano riusciti ad accedere a una forma di modernità culturale, spesso, anche a un reale sviluppo economico che li aveva affrancati, almeno in parte, dalla condizione servile di dhimmi imposta dall’Islam, ovvero da secoli di sottomissione arabo-musulmana all’insegna della paura, della fame e di una povertà materiale e culturale. Quello apportato dagli europei in queste terre fu un illuminismo moderato, sinonimo di istruzione, sviluppo culturale ed emancipazione ma incapace, tuttavia, di eliminare del tutto l’assoggettamento degli ebrei a innumerevoli umiliazioni pubbliche, spoliazioni e angherie di ogni tipo.

Pochi decenni dopo, il conflitto attorno alla Palestina e la collusione di alcuni leader arabi con i paesi dell’Asse finiranno per dissolvere gli ultimi legami che una lunga coabitazione aveva contribuito a tenere in vita. La decolonizzazione e la nascita dello Stato di Israele, tra altre concause, resero le condizioni di vita degli ebrei residenti nei paesi arabi sempre più difficili, per l’intensificarsi di misure discriminatorie e umilianti, nonché di minacce e violenze sempre più pesanti, inclusi alcuni episodi di pogrom come quello particolarmente efferato di Bagdad del giugno 1941 (pogrom “fahrud”).

Conseguenza del radicarsi dell’ostilità araba-musulmana e di condizioni di vita sempre più precarie sarà la disgregazione di tutte le comunità ebraiche del Nord Africa e Medio Oriente, letteralmente sradicate, costrette all’emigrazione e, dunque, distrutte nell’arco di appena una generazione.

Costretti a fuggire abbandonando tutto, spesso espulsi o cacciati, gli ebrei d’Oriente – quasi un milione di persone -se ne andarono una comunità dopo l’altra, in un esodo massiccio che ha costituito un’altra diaspora nella storia del popolo ebraico. Da allora su queste minoranze ebraiche è calato un silenzio imbarazzante, sia da parte della storiografia che dello stesso mondo ebraico sopravvissuto alla Shoah, un mondo a predominanza askenazita e unito dall’ombra schiacciante della memoria del genocidio.

 

Un libro, dunque, che fa luce su una storia a lungo occultata, oppure spesso riletta superficialmente secondo stereotipi e luoghi comuni che ne hanno ora trasfigurato il passato, attraverso i ricordi delle stesse comunità ebraiche chiuse in una visione idilliaca all’insegna del mito della simbiosi giudeo-araba, ora interpretato forzatamente e ideologicamente tutta la storia della presenza ebraica in questi territori come un unico periodo di persecuzione e di oppressione totale.

Bensoussan rifiuta una storiografia redentrice e consolatoria, narra queste vicende con pazienza, mettendone in rilievo tutta la complessità e senza cedere a facili visioni di parte.

Perché non si tratta di scrivere una storia comunitaria e nemmeno la storia di una comunità, ma piuttosto di tentare di comprendere come la modernità culturale e laicizzante abbia obbligato a ridefinire le identità. Si tratta anche di capire i fondamenti psichici dei conflitti politici di oggi, la dimensione nascosta dell’asservimento che è tuttora presente nell’antagonismo giudeo-arabo.

Dal 1850, in fondo, il destino così rapidamente segnato delle antiche comunità appare al contempo come lo specchio dei fallimenti e dei modesti successi della modernità in Oriente.

 

Una ricostruzione rigorosa e appassionante, estremamente documentata grazie allo spoglio di una voluminosa documentazione e di fonti diverse, in gran parte inedite.

Un libro destinato a lasciare il segno.

 

Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici contemporaneisti a livello internazionale, è autore di numerosi saggi sull’ebraismo, il sionismo e la Shoah, tra cui L’eredità di Auschwitz. Come ricordare (Einaudi, 2002), Genocidio. Una passione europea (Marsilio, 2009) e Israele, un nome eterno. Lo Stato di Israele, il sionismo e lo sterminio degli ebrei d’Europa (Utet, 2009). Dirige dal 1993 la Revue d’histoire de la Shoah ed è responsabile editoriale delle pubblicazioni del Mémorial de la Shoah. Ha curato insieme a Jean-Marc Dreyfus, Edouard Husson e Joël Kotek il Dictionnaire de la Shoah (Larousse, 2009).

Nel 2008 gli è stato conferito dalla Fondation Jacob Buchman di Parigi il Prix Mémoire de la Shoah.

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Costruire la razza.

L’ossessione demografica della Germania nazista attraverso il programma Lebensborn.

Leggi il saggio di Laura Fontana in  Vita ebraica e mondo moderno. Esperienze, memoria, «nuovo pensiero», Giannini Editore, Napoli, 2011

Disponible su Amazon.it

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La Shoah nei Libri del ricordo delle comunità ebraiche

La Revue d’histoire de la shoah, diretta da Georges Bensoussan, ha pubblicato un importante lavoro di ricerca sui “Libri del ricordo” e la shoah, dal titolo  “Et la terre ne trembla pas. La Shoah dans les Livres du souvenir”.

Chiamati yizker bicher in lingua yiddish, i libri della memoria erano in origine pubblicazioni tipiche di una lunga tradizione del mondo ebraico, soprattutto per le comunità dell’Europa centro-orientale (in particolare per la Germania e la Polonia), volta a preservare la memoria dei morti, ovvero a registrare e salvare dall’oblio i nomi dei membri delle comunità non più in vita. Una tradizione che risale all’epoca della prima Crociata e delle persecuzioni delle comunità ebraiche della regione del Reno. Il più antico Memorbuch ritrovato ai giorni nostri risale al 1296 e fu compilato a Norimberga.

Nelle comunità askenazite, questi libri si chiamavano Memorbücher e servivano anche a commemorare le vittime dei pogrom e delle persecuzioni antisemite, con lunghi elenchi di nomi che venivano letti pubblicamente nelle sinagoghe in occasione degli anniversari di tali violenze.

Questa tradizione ha resistito per la Germania fino al XVIII secolo, mentre in Polonia era ancora in uso nel primo dopoguerra. Un cambiamento significativo di queste pubblicazioni si registra negli anni Trenta in Ucraina, con il Libro di Felstyn del 1937 in cui per la prima volta all’intento commemorativo di ricordare le vittime si unisce anche lo sforzo di ricostruire e registrare la storia di una comunità, prima e dopo il massacro. Dal libro della memoria si passa al libro del ricordo. Con l’avvio del genocidio degli ebrei nei territori dell’est europeo, altri yizker bicher vengono alla luce, circa una quarantina, fino a quando non rimane più nessuno a poter scrivere perché il mondo askenazita viene distrutto nella shoah.

I libri del ricordo sono anche l’opera di immigrati ebrei negli Stati Uniti, che cercano di non perdere di vista i propri cari e i propri conoscenti rimasti intrappolati nel Vecchio Continente e di denunciare le atrocità perpetrate dai tedeschi e dai loro collaboratori.

La tradizione degli yizker bicher riprenderà alla fine della guerra, dall’inverno 1944 e poi nel 1945, contemporaneamente all’arrivo degli alleati sovietici e anglo-americani che liberano i campi e le poche migliaia di prigionieri rimasti in vita. E’ infatti nei campi per rifugiati organizzati dagli alleati, in cui si ammassano tra i prigionieri liberati anche gli ebrei in attesa di rimpatriare e dare avvio alle ricerche dei propri famigliari, che si riprende a scrivere, annotando i nomi di tutti coloro che facevano parte della comunità prima dell’inizio della tragedia. Neanche in questo caso di tratta di un mero intento commemorativo, ma soprattutto di un intento storico e di giustizia. Si cercano le prove, i nomi, i numeri, per poter preparare anche i documenti che sarebbero serviti per condannare i colpevoli. Vengono anche pubblicate monografie su intere comunità, come quelle di Vilna e di Pinsk degli anni 1920. Secondo la storica Monica Garbowska, dal dopoguerra al 2008 sono stati pubblicati 540 libri del ricordo riferiti alle comunità ebraiche annientate in Polonia. Oggi, da alcune indagini e ricerche compiute per esempio da Annette Wieviorka, gli yizker bicher sarebbero circa 600, di cui la stragrande maggioranza di provenienza polacca. Si tratta di opere di grandissimo valore documentario e umano, che offrono uno spaccato di vita delle comunità ebraiche prima della shoah e, talune, anche durante la shoah. Le pubblicazioni sono conservate al YIVO a New York, a Yad Vashem in Israele e alla biblioteca Medem a Parigi.

Ma soprattutto, sottolinea Georges Bensoussan nell’introduzione al volume della Revue, gli yizker bicher, espressione del dovere di memoria insito nella tradizione ebraica, rispondono anche all’obiettivo dei loro autori di liberarsi dall’atroce senso di colpa di essere sopravvissuti e di dover quasi giustificare la propria salvezza, difendendosi dall’accusa di essere scesi a compromessi col male e col nemico, abbandonando gli altri alla morte (“Perché proprio tu sei sopravvissuto e tutti gli altri no?”, è sempre stata la domanda che i sopravvissuti si sono sentiti rivolgere, talvolta apertamente e senza decenza, talvolta indirettamente con allusioni poco rispettose). Pagare il proprio debito alla vita ricordando i fratelli e le sorelle uccisi nella shoah,  assume dunque il sapore anche di un atto di giustizia e, al tempo stesso, di vendetta retroattiva nei confronti dei carnefici. Perché le vittime sono state bruciate o seppellite in fosse comuni senza rispetto nemmeno per la dignità del corpo, con l’intenzione di cancellarne non solo l’identità ma anche la stessa umanità. E ridare dunque un nome e un volto, attraverso le fotografie che popolano i libri del ricorso, significa combattere contro l’oblio e la forza sradicatrice del male. Significa scrivere una storia e impedire che essa scompaia totalmente dalla memoria collettiva e dalla coscienza pubblica.

Un volume da leggere per cercare di comprendere meglio di che cosa parliamo quando parliamo di vittime della shoah. Uomini, donne e bambini che prima della tragedia avevano una vita normalissima come tutti.

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Belzec

Le Premier centre de mise à mort

de Robert Kuwalek, Alexandre Dayet

 

 

 

Editeur : Calmann-LévyParution, Parigi, 2013

Disponible su Amazon.it www.amazon.it/dp/B00FA1N2E0

Vedi dossier su Belzec

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Razzismo e noismo.

Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro

di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan

“Questo libro è innanzitutto uno splendido dialogo fra due culture: quella dello scienziato (lui classe 1922) e quella umanistica di lei, che potrebbe essere sua nipote, due generazioni più giovane. Un dialogo e una riflessione ad alta voce sulla nostra identità come esseri umani.” (dalla recensione di Giorgio Manzi, L’indice dei libri, febbraio 2014).

Tutti noi che ci occupiamo di storia della Shoah siamo impegnati a ricordare, nella nostra attività pubblica e didattica, che lo sterminio degli ebrei d’Europa non va visto come un momentaneo corto circuito della ragione, un improvviso ritorno alla barbarie nel lungo e accidentato cammino della civiltà, ma che la nostra stessa civiltà conteneva – e tuttora contiene – le premesse del genocidio di massa. Le origini culturali della Shoah vanno cercate nella costruzione ottocentesca della razza e del diritto selettivo del più forte, che si è poi declinata in predominio genetico.

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Verso una memoria europea della Shoah? L’esperienza del Mémorial de la Shoah di Parigi.

 

Saggio di Laura Fontana in "Dopo i testimoni. Memorie, storiografie e narrazioni della deportazione della deportazione razziale", appena pubblicato da Viella Editore, a cura di Marta Baiardi e Alberto Cavaglion.

La riflessione sul tramonto di un’era, l’era del testimone della Shoah, ha conosciuto un notevole e per certi versi inatteso sviluppo, che ha posto fine a una stagione durata circa mezzo secolo.

Il volume nasce dall’esigenza di ridefinire i limiti delle narrazioni della deportazione e persecuzione razziale in un quadro comparativo europeo, con uno sguardo sui modi della rappresentazione oltreoceano e in Israele.

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Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni 

offrono un altro significativo contributo alla ricerca sugli ebrei internati in Italia. 

Disponibile online il database sugli ebrei internati in provincia di Pesaro.

Tutti i risultati e la ricostruzione storica al sito www.archiviomaggiolimazzoni.it.

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NEITZEL Sönke. WELZER Harald

Soldaten. Combattere, uccidere, morire. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati, Milano,Garzanti, 2012

Nel corso della seconda guerra mondiale, gli inglesi e gli americani intercettarono sistematicamente le conversazioni di migliaia di prigionieri tedeschi. Registrarono su vinile i passi più interessanti e redassero copie a stampa riempiendo oltre 150 mila pagine di verbali. Questi verbali sono rimasti custoditi per decenni negli archivi di stato a Londra e a Washington e sono stati scoperti e presi in esame per la prima volta da uno storico, Sönke Neitzel, e da uno psicologo, Harald Welzer, solo a partire dalla fine degli anni Novanta. È una documentazione unica nel suo genere, sia per la qualità dei contenuti sia per l'enorme quantità di materiale, e offre una chiave di lettura inedita e sconvolgente della guerra, dei suoi orrori e dell'animo di chi è chiamato a combatterla. Senza sapere di essere ascoltati, soldati e ufficiali della Wehrmacht parlano liberamente e fanno a gara tra loro per dimostrare di essere stati più brutali e spietati degli altri. Rivelano segreti militari e dettagli tattici, discutono di armi e operazioni militari, ma esprimono anche la loro opinione su Hitler, sui nemici, sulla guerra, sulle SS, sullo sterminio degli ebrei. Soprattutto, manifestano senza inibizioni i loro sentimenti durante le azioni e il piacere che provavano nelle uccisioni più crudeli.

Soldaten ci restituisce per la prima volta con questa ampiezza, profondità e forza l'immagine della guerra così come è stata vissuta da chi combatteva. È una documentazione che pone su basi completamente nuove la nostra conoscenza della mentalità dei soldati tedeschi: ci permette di valutare l'importanza dell'ideologia nazista e dell'indottrinamento ideologico nel formare e motivare gli spietati carnefici di uno degli eserciti più terribilmente efficienti della storia.

Ma questo viaggio nell'orrore – anche grazie alle competenze degli autori – mette a nudo una verità ancora più sconvolgente: in determinate circostanze, uomini assolutamente normali possono compiere atrocità inimmaginabili. Per questo Soldaten è un vero e proprio «libro nero dell'umanità»: una lettura indispensabile per chiunque voglia capire la storia e ritenga necessario impedire che simili tragedie possano ripetersi.

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"La legge della razza. Strategie e luoghi del discorso giuridico fascista"-Editore Il Mulino, 2012

Un libro di Silvia Falconieri che mi sento di consigliare perché completa il quadro della persecuzione degli ebrei italiani sotto il fascismo con un'analisi dell'ambiente giuridico di grande interesse.

I giuristi dell’epoca fascista si adoperarono per attribuire una veste giuridica alla nozione di razza. Quale fu il loro contributo alla costruzione della diversità dell’ebreo, introdotta con i decreti del 1938? Come fu accolta la nuova categoria di «cittadino italiano appartenente alla razza ebraica», in un momento in cui nomi di origine notoriamente ebraica figuravano tra quelli dei più apprezzati giuristi del tempo? Questo volume analizza gli strumenti e i percorsi attraverso i quali fu definito il discorso giuridico sulla razza nell’Italia degli anni Trenta e Quaranta. Intrecciando diversi registri comunicativi, i giuristi più vicini al regime fascista delinearono i temi conduttori del nuovo «diritto razzista», utilizzando una strategia discorsiva che congiungeva la questione razziale coloniale e quella metropolitana. Particolare attenzione è dedicata alle riviste, luoghi privilegiati in cui furono definite le basi teoriche della dottrina sulla diversità razziale. 

 

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Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Uguaglianza, invidia e odio razziale,

Editore Einaudi, 2013
 

Due domande difficili a cui lo storico  Goetz Aly tenta di dare una risposta.

Da molti anni Götz Aly si interroga sul passato nazionalsocialista e ogni volta arriva a risposte scomode e inquietanti. Chi voglia conoscere meglio la storia tedesca del Novecento deve confrontarsi necessariamente con i risultati delle sue ricerche.
All'inizio del XIX secolo gli ebrei tedeschi seppero cogliere le opportunità offerte dalla nuova libertà economica. Essi si riversarono nelle professioni allora emergenti: divennero commercianti, imprenditori, medici, avvocati, banchieri e giornalisti. Inoltre garantirono ai propri figli un'istruzione di buon livello: intorno al 1900, in Germania, gli studenti ebrei che conseguivano la maturità erano otto volte di piú dei loro compagni cristiani.
La reazione dei tedeschi, piú lenti nella loro ascesa sociale, fu caratterizzata da invidia e gelosia: sostennero la necessità di proteggere i cristiani, non gli ebrei; cercarono appoggio e conforto nella collettività, tentarono di accrescere la loro autostima denigrando gli altri - gli ebrei.
Questo libro si allontana dai consueti modelli concettuali sulle origini della barbarie nazista. Götz Aly indaga e descrive con lucidità le radici piú profonde dell'antisemitismo omicida, radici che affondano nel cuore pulsante della storia e della società tedesca.        

 

Sicuramente un saggio da leggere anche se forse non tutto mi convince fino in fondo.

Ma Aly, autore anche di "Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo" (Einaudi, 2007), è uno storico di grande interesse.

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