Ogni documento ha una storia da preservare.

 

 

 

Il Mémorial de la Shoah è interessato ad arricchire il proprio fondo documentario sulla Shoah in Italia con modalità diverse di collaborazione per l’acquisizione e la digitalizzazione degli archivi.

Il Mémorial de la Shoah di Parigi è il maggiore centro in Europa per la ricerca, la documentazione e l’attività di sensibilizzazione in merito alla storia del genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Nato nel 1943 a Grenoble (allora sotto occupazione italiana) col nome di Centre de Documentation Juive Contemporaine (CDJC), l’istituzione viene rinominata “Mémorial de la Shoah” nel 2005, a seguito di un lungo periodo di ampliamento della propria sede, trasferita subito dopo la fine della guerra nella capitale, nonché delle proprie collezioni documentarie e del proprio raggio di attività. Oggi il Mémorial de la Shoah è anche il più importante centro europeo di insegnamento della Shoah che collabora con i maggiori organismi nazionali ed internazionali impegnati nell’ambito dell’educazione alla memoria.

 

>> Segue  

Nella fotografia: classe di alunni della Scuola San Leone Magno Fratelli  Maristi di Rome. In alto a destra nell’ultima fila, Zigmund Krauthamer, un ragazzino ebreo che fu nascosto in questa scuola. Italia, Roma, 1943-1944. © United States Holocaust Memorial Museum, courtesy of Simon Krauthamer

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La Germania ribadisce il divieto alla riedizione del Mein Kampf anche dopo la scadenza dei diritti d’autore

Alla fine del 2015, quando scadranno i diritti di tutela del Mein Kampf, (“La mia battaglia”) il libro-manifesto di Adolf Hitler contenente il suo programma politico, l’opera entrerà di fatto in pubblico dominio e potrà essere liberamente ristampata, con o senza commento critico, e utilizzata da chiunque, esattamente come avviene in molti paesi per qualsiasi creazione intellettuale dopo settant’anni dalla morte dell’autore. Ma la Germania continua ad opporre un divieto categorico alla sua circolazione sul suolo tedesco per timore che il pamphlet diventi un potente strumento dei movimenti neo-nazisti e fomenti l’odio razziale e l’antisemitismo.

Sebbene la legge tedesca non abbia mai vietato la ristampa e la vendita del testo, dalla fine della guerra il testo non è più stato ripubblicato da nessun editore tedesco, né in versione integrale né parziale. Inoltre, il governo della Baviera - proprietario intellettuale dell’opera da quando si vide affidare i diritti del Mein Kampf dagli Alleati nel corso del processo di denazificazione che seguì la fine della guerra -, ha sempre opposto un veto alla sua circolazione in Germania, giustificando la proibizione con la necessità di impedire la diffusione delle idee razziste e antisemite. Infine, sempre secondo il Land bavarese, la circolazione del manifesto politico di colui che trascinò la Germania e l’Europa in una catastrofe, oltre a rappresentare una pericolosa incitazione all’odio, costituirebbe un affronto alle vittime del nazismo e, in particolare, della shoah, offendendo la sensibilità dei superstiti dell’epoca.

Per tali ragioni, la Baviera ha sempre difeso strenuamente la propria posizione, anche intentando numerosi processi ai diversi paesi che dal dopoguerra a oggi hanno ripubblicato, spesso in edizione critica, il libro di Hitler, Italia inclusa.

Eppure negli ultimi anni, anche nella stessa Germania, si sono levate, in vari ambiti, voci favorevoli ad una riedizione critica dell’opera, per esempio anche da parte del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi (contro la ferma opposizione, invece, dei rappresentanti delle organizzazioni dei Sinti e dei Rom tedeschi), nella consapevolezza che fosse preferibile una pubblicazione commentata, anche a scopo didattico per le giovani generazioni, rispetto alle numerose pubblicazioni clandestine del testo integrale che continuano a circolare ovunque, più o meno sotto banco, e sul web. Senza contare l’opinione degli storici tedeschi e non tedeschi, che hanno sempre considerato il Mein Kampf come una fonte imprescindibile per comprendere il pensiero di Hitler, da rendere dunque accessibile alla ricerca e all’analisi degli studiosi.

Così, qualche anno fa, un gruppo di ricercatori del prestigioso Institut für die Zeitgeschichte (Istituto di storia contemporanea) di Monaco, forte di un ingente finanziamento ottenuto dal ministero delle finanze proprio del Land bavarese, ha potuto avviare un ampio lavoro di riedizione critica dell’opera, con l’obiettivo di una prossima pubblicazione alla scadenza dei diritti del libro. Ma il dibattito attorno alla riedizione del Mein Kampf è sempre rimasto violentissimo nella patria del nazismo, in un alternarsi di censure e posizioni più liberali. Nel dicembre 2012, a seguito di un viaggio diplomatico in Israele di un dirigente del Land e di accese proteste da parte di alcune organizzazioni ebraiche locali, nonché, pare, dello stesso Shimon Peres, la Baviera si trovò in una posizione di grande imbarazzo (dopo averne vietato per decenni la riedizione, aveva firmato una legge che ne finanziava la pubblicazione critica) che la condusse a un clamoroso dietro-front, trincerandosi nuovamente dietro una posizione di divieto assoluto circa la riedizione del testo e addirittura minacciando l’Istituto di storia contemporanea di denuncia per reato.

Al divieto seguì un dissenso piuttosto ampio all’interno del governo bavarese e una spaccatura tra i rappresentanti della censura dell’opera e i sostenitori della libertà della ricerca scientifica, questi ultimi usciti vincitori e firmatari di una tregua, almeno momentanea, nella querelle sul Mein Kampf in Germania.

Infine pochi giorni fa, a metà giugno scorso, l’ennesimo colpo di scena. I ministri dei 16 stati regionali (Länder) tedeschi riunitisi a Binz (nord-est della Germania) hanno ribadito il fermo divieto alla pubblicazione, anche dopo la scadenza dei diritti d’autore del libro, sollecitando la magistratura tedesca a individuare sanzioni in caso di trasgressione del divieto da parte degli ambienti universitari e degli storici.

 

Malgrado un clima incandescente di divieti e di appelli alla libertà di stampa, il progetto di studio condotto dall’Istituto di Monaco prosegue e una riedizione critica del testo vedrà la luce alla fine del 2015, ponendosi sul mercato come prima edizione universitaria del Mein Kampf. L’obiettivo, secondo le parole dello storico Christian Hartmann che dirige i lavori, è rivolto a correggere le numerose incongruenze e mistificazioni dell’autore e del suo manifesto politico, permettendo al grande pubblico di confrontarsi con una versione critica dell’opera di Hitler che consenta senza ombra di dubbio di prendere le distanze da un’ideologia criminale.

Proprio svelare la falsità e la natura criminale dei principi ideologici sui quali si basava il programma politico del leader del nazionalsocialismo rappresenta, sempre secondo Hartmann, un obiettivo irrinunciabile.

In questo modo, sostengono gli storici tedeschi, si contribuirà anche a privare il libro di quell’alone di tabù e di fascino misterioso che gli attribuiscono le edizioni clandestine.

Per saperne di più: http://www.ifz-muenchen.de/aktuelles/themen/edition-mein-kampf/

 

Su Mein Kampf di Adolf Hitler

Redatta nel 1924 nella prigione di Landsberg am Lech, tranquilla cittadina della Baviera, dove Hitler scontava una condanna per il fallito putsch di Monaco, l’opera è composta da due parti. La prima, di taglio autobiografico, verrà pubblicata alla scarcerazione dell’autore nel 1925, mentre la seconda, di netto orientamento ideologico, verrà diffusa alla fine del 1926. Nel 1930, infine, le due parti verranno unite in un unico volume di 700 pagine e da allora ripubblicato continuamente per tutta la durata del Terzo Reich, diventando uno dei testi politici più venduti di tutti i tempi (stampato in 10, forse 12 milioni di copie solo in Germania dal 1933 al 1945, secondo le stime dello storico Ian Kershaw, tra le massime autorità del mondo accademico che hanno studiato la figura di Hitler e il nazismo).

Nel Mein Kampf Hitler espone le sue idee violentemente razziste, articolate secondo una visione gerarchica e zoologica dell’umanità al cui vertice vi sarebbero gli “ariani”, portatori di civiltà e meritevoli di dominare le altre civiltà e il mondo. Rispetto a questa Weltanschauung (visione del mondo), gli ebrei non costituirebbero banalmente una razza inferiore, alla stregua degli slavi o dei neri, ma una Gegenrasse, ovvero una contro-razza, un’entità estranea al genere umano, malefica, dannata, corruttrice e pericolosa per la Germania. Un’entità da eliminare per il bene comune.

Nel pamphlet trovano ampio spazio anche le idee politiche di Hitler rispetto al Lebensraum, allo spazio vitale, alla guerra, ai nemici della Germania, all’insegna di un forte risentimento e di rivalsa rispetto alle umiliazioni del Trattato di Versailles.

Alla redazione del testo contribuì anche il compagno di partito e di prigionia Rudolf Hess, al quale Hitler dettò ampie parti dell’opera.

 

Definito la «bibbia nazista», Mein Kampf veniva donato a tutte le coppie “ariane” del Reich che si univano in matrimonio. Fu edito in innumerevoli versioni, integrali e parziali, condensate e adattato a fumetti, pubblicizzato con metodi innovativi, stampato persino in versione braille.

In Francia e in Italia venne tradotto nel 1934 (in Italia da Bompiani, su interessamento e grazie al sostegno finanziario dello stesso Benito Mussolini). Tuttavia in Italia venne pubblicata nel 1934 solo la prima parte del libro, mentre la seconda vedrà la stampa nel 1938.

Con la morte del suo autore e la fine della guerra, il successo del libro non conobbe battute di arresto, continuando a circolare di paese in paese, con una vera e propria esplosione editoriale nei paesi arabi, Iran in testa.

Oggi il “Mein Kampf” è reperibile in quasi tutte le lingue (ma vietato in Austria e in Israele). L’edizione critica italiana è stata curata con grande rigore da Giorgio Galli nel 2002 per un editore notoriamente di simpatie comuniste (KAOS). Qualche anno fa il “Mein Kampf” è stato un best-seller in Turchia, schizzando in testa nelle classifiche dei libri più venduti. Nel 2009 ne è stata stampata una versione manga in Giappone.

In Francia, dal 1979 per decisione della Corte d’Appello di Parigi, ogni ristampa dell’opera deve essere accompagnata da una parte introduttiva di spiegazione critica che metta in guardia il lettore sul contenuto del libro.

 

Sulla genesi e sulla fortuna editoriale del libro, vero e proprio best seller mondiale, è uscito qualche anno fa un saggio di Antoine Vitkine, Mein Kampf. Storia di un libro (edizione originale Flammarion, 2009), tradotto in italiano da Cairo editore nel 2010

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Europeana 1914-1918 - storie inedite e storie ufficiali della Prima Guerra Mondiale

Europeana, biblioteca, museo e archivio digitale europeo, ha intrapreso in questi anni un'importante attività di digitalizzazione, conservazione e pubblicazione di cimeli e testimonianze sulla “Grande Guerra”. Il sito Europeana 1914-1918 riunisce materiale proveniente dalle biblioteche e dagli archivi di tutto il mondo ai ricordi e cimeli delle famiglie d'Europa. Scopri storie personali, film e documenti storici relativi alla Prima Guerra Mondiale e partecipa condividendo la storia della tua famiglia.

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In memoria di Shlomo Venezia

Dalle camere a gas di Auschwitz a testimone della Shoah

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Rimini, ricorda la figura di Shlomo Venezia, ebreo italiano sopravvissuto alla Shoah. Proiezione del film Shlomo Venezia: Un testimone (di Giancarlo Sormani, Italia, 2003, 48’)

27 gennaio 2013, Cineteca Comunale,Rimini

Discorso di Laura Fontana

 

Tra il 1939 e il 1945, durante la Seconda Guerra mondiale, la Germania nazista, assecondata da molteplici collaborazioni e complicità, ha pianificato e realizzato l’assassinio di circa 6 milioni di ebrei, uomini, donne, bambini, mandati a morire da ogni angolo d’Europa per la sola colpa di essere nati ebrei, ovvero per crimine di nascita.

Un crimine commesso non nel più totale segreto – nonostante quello che ancora oggi ci ostiniamo a credere – ma perpetrato sotto gli occhi del mondo, innanzitutto delle popolazioni dei paesi occupati, degli Alleati informati fin dal 1942 del genocidio, della Croce Rossa, del Vaticano, della comunità ebraica in Palestina, in un silenzio, un’indifferenza e una passività pressoché totali. Alla Germania di Hitler e ai suoi complici è mancato solo il tempo per completare il progetto e distruggere l’intero popolo ebraico, cancellandolo dalla faccia della terra (*) come aveva deciso.

Questa è stata la Shoah che oggi, il 27 gennaio, in Italia come in gran parte d’Europa, si intende ricordare, avendo scelto come data simbolo quella dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Una tragedia che certamente ha innanzitutto riguardato il popolo ebraico come ha sottolineato il Pontefice oggi, ma che va considerata e che deve essere ricordata innanzitutto come una tragedia dell’Europa - poiché cittadini europei erano siano le vittime che i carnefici che vivevano fianco a fianco, - e come una tragedia universale, cioè dell’umanità intera e non solo della comunità ebraica. Perché nelle camere a gas di Auschwitz, attraverso un meccanismo industriale di fabbricazione di cadaveri e di distruzione totale delle

 

L’espressione è di Henrich Himmler, Reichsführer.

vittime trasformate in cenere, non sono stati distrutti solamente i corpi degli ebrei mandati a morire, ma quello che è stato distrutto è il concetto stesso di umanità della vittima, la sacralità della vita. E’ bene ricordare che nella visione nazista, una visione che oggi ci appare totalmente folle e irrazionale ma che invece nelle intenzioni dei suoi pensatori ha una sua logica che dobbiamo sforzarci di comprendere, l’ebreo non è affatto concepito come un sottouomo, non è un Untermensch come lo è, ad esempio, il popolo polacco o gli Slavi in genere e non è nemmeno una razza inferiore come lo sono i negri. In una concezione razzista, la gerarchia tra le razze presuppone sempre e comunque una scala di umanità superiore e inferiore. Per l’antisemitismo nazista, invece, l’ebreo è visto come totalmente al di fuori del genere umano, è una creazione immaginifica – perché nella realtà l’ebreo dipinto dalla propaganda antisemita non esiste e dunque occorre inventarlo – una creazione che mescola il demoniaco (l’ebreo è satana, agente del male, colui che complotta per corrompere e dominare il mondo) e la paura apocalittica e delirante che assimila l’ebreo al contagio del sangue infetto (e dunque l’ebreo è raffigurato come un virus da debellare, un bacillo da sconfiggere, un ratto da distruggere, è il cancro dell’umanità, la putrefazione della società che occorre sanare con mezzi anche estremi). Insomma l’ebreo è spaventoso, ripugnante, pericoloso e secondo questa logica nazista non si tratta di combattere un nemico umano come si combatterebbe per esempio contro la Francia o contro la Polonia per dominare e sfruttare l’altro ma è un male assoluto che può essere vinto solo mediante una distruzione alla radice, con una gigantesca opera di bonifica sanitaria. Non a caso, a tal proposito, nel linguaggio nazista si parla di sterminare, ausrotten che è un verbo che si usa per estirpare alla radice le piante infestanti e per distruggere insetti e roditori nocivi per l’uomo Non a caso il gas che verrà individuato per uccidere ad Auschwitz-Birkenau è lo Zyklon B che in commercio era un banale veleno per i topi.

 

Questa è stata la Shoah, il genocidio degli ebrei compiuto come un’opera di derattizzazione, nel disprezzo più totale dell’umanità della vittima, non è il fenomeno della deportazione nei campi di concentramento né la persecuzione pur terribile delle altre categorie di persone perseguitate dal regime nazista e fascista.

Ho voluto ricordarlo non solo perché oggi vedo qui diversi dei miei studenti del Progetto Educazione alla Memoria, ma anche perché ultimamente assistiamo a un fastidioso paradosso che vede coesistere da un lato una commemorazione ossessiva della Shoah e un discorso pubblico all’insegna del dovere di memoria e dall’altro una paurosa ignoranza storica che amalgama gli eventi buttando le sofferenze delle vittime della seconda guerra mondiale in un unico calderone, senza rispetto né per gli uni né per gli altri.

La Shoah non è stata certo l’unico crimine commesso dal regime nazista e dai regimi collaborazionisti dell’epoca e gli ebrei non hanno il privilegio della sofferenza assoluta, ma non tutto è assimilabile a un genocidio e la storia si studia ricostruendo i fatti e accettando di leggerla senza farsi guidare dalla commozione o dal moralismo.

 

Shlomo Venezia, cittadino italiano residente a Salonicco, era stato condannato a morte con la sua famiglia perché nato ebreo. Ha dedicato, come tutti voi sapete, l’ultima intensa parte della sua vita a raccontare la verità di quanto ha visto nei crematori di Auschwitz e avrebbe voluto da parte mia questa precisazione, che è rispetto per la storia e giustizia per le vittime.

Perché in questo 27 gennaio, in cui gran parte dell’Europa celebra la Giornata della Memoria e lo fa con un fitto calendario di iniziative di ogni genere, con Treni della Memoria che portano in visita ad Auschwitz migliaia di studenti, con una montagna di libri che vengono pubblicati sull’argomento e con una storiografia in perenne evoluzione, parrebbe facile credere di aver fatto i conti una volta per tutte con la nostra storia e aver saldato il debito del passato, compensando la passività e il silenzio di ieri, l’indifferenza di molti alla promulgazione delle leggi razziali e alla persecuzione dei cittadini di origine ebraica, con il fervore di oggi nel trasmettere la memoria della Shoah alle giovani generazioni. E invece basta tirarsi fuori dal coro e osservare criticamente per rendersi conto di quanto siano diffusi e persuasivi fenomeni come la banalizzazione in cui tutto è Shoah, i campi profughi sono ghetti, il rimpatrio dei clandestini è una deportazione e anche una catastrofe naturale diventa oggetto di commemorazione e comparazione con Auschwitz, l’ignoranza storica di chi sostiene, come il candidato premier oggi a Milano che le leggi razziali italiane sono state volute dalla Germania nazista e che a parte questo Mussolini ha governato bene, l’ipocrisia di chi finanzia i treni per Auschwitz e lascia che la storia sparisca progressivamente dai programmi scolastici, il nuovo antisemitismo che si nasconde appena dietro l’antisionismo e l’attacco violento alla legittimità di Israele come Stato, il negazionismo e non solo quello dei gruppuscoli affiliati a Casa Pound, il neonazismo, la visione edulcorata del fascismo.

 

Allora io credo che in questo mare di melassa in cui pare annegare ogni riflessione su Auschwitz e sul male commesso, in cui il grido Mai più! sembra essere ossessivamente invocato come un mantra ed è privo di forza politica capace di interrogare veramente il nostro sistema di valori, le testimonianze che ci hanno lasciato i sopravvissuti come Shlomo Venezia possano avere un senso per incidere sul nostro presente solo nella misura in cui esse siano realmente concepite e recepite come dialogo e non come monologo, cioè se il racconto del testimone che rievoca per noi l’orrore di Auschwitz sforzandosi di attribuirgli un senso ed essere così creduto e compreso, riesce a interpellarci nel profondo, costringendosi a rivedere i nostri valori e le nostre credenze rassicuranti sulla democrazia e sulla modernità. Perché la memoria non è a senso unico e unilaterale, dal passato al presente, ma è relazione viva e interrogante tra ieri e oggi. E’ il nostro presente che deve interrogare Auschwitz, per riflettere se viviamo ancora in quel mondo e in quella cultura che ha reso possibile il genocidio.

Oggi tutti si chiedono come si farà a trasmettere la Shoah quando anche l’ultimo sopravvissuto non sarà più su questa terra. Ebbene, io credo che si farà semplicemente quello che si dovrebbe fare sempre per ogni evento storico: leggere, studiare e meditare. Possibilmente in quest’ordine e senza saltare il leggere. Perché conoscere non è sinonimo di vedere come oggi molti tendono ingenuamente a credere, alimentando una sorta di delirio mistico che ci porta tutti a voler andare in massa ad Auschwitz per capire più di quello che un qualunque libro di storia potrebbe spiegarci.

 

Shlomo Venezia, al di là delle sue centinaia di testimonianze in Italia e all’estero, molte delle quali anche per gli studenti e gli insegnanti di Rimini, ha lasciato un libro straordinario per la forza del suo racconto e per la modalità che ha scelto per trasmettere un’esperienza terrificante e unica, o quasi, nel panorama dei sopravvissuti di Auschwitz. Perché a Shlomo è toccato l’ultimo gradino dell’inferno.

Testimone oculare dello sterminio ha dovuto guardare negli occhi lo sguardo del medico SS che buttava lo Zyklon B dal tetto della camera a gas e lo sguardo terrorizzato delle vittime, di quelle madri coi neonati attaccati al seno o di quei bambini soli che entravano all’inferno.

Li ha dovuti guardare nudi negli ultimi atti della loro vita e ne ha poi dovuto maneggiare i corpi per compiere quel processo di distruzione che andava fino alla dispersione delle ceneri.

 

Un orrore che avrebbe dovuto inghiottirlo, secondo i piani nazisti. In quanto testimone del crimine commesso all’interno delle camere a gas, Shlomo come tutti i membri dei Sonderkommandos era destinato ad essere ucciso per evitare che potesse raccontare.

Invece Shlomo è sopravvissuto e ha raccontato quello che oggi sappiamo e quello che vedremo anche in questo film girato proprio ad Auschwitz nell’aprile 2000.

Ha vissuto una vita piena, con tre figli amatissimi e cinque nipoti meravigliosi, ma soprattutto con una moglie, Marika, che lo ha amato, accudito e protetto dagli incubi ricorrenti, ma una vita anche difficilissima e penosa, per certi versi quasi insopportabile, sempre col pensiero rivolto a quell’inferno.

Perché da Auschwitz non si esce mai veramente, ci ha detto.

 

Allora nel ricordarlo qui con voi oggi, nel ricordare un incontro che personalmente mi ha cambiato la vita, permettetemi di citare la conclusione del suo ultimo discorso pubblico, pronunciato il 27 gennaio 2011 all’Unesco di Parigi, davanti a ministri, ambasciatori, rappresentanti istituzionali di ogni Paese, riuniti in seduta solenne:

Noi, i sopravvissuti dei campi, non saremo sempre qui con voi.

È a voi, dunque, che mi rivolgo, a voi che rappresentate Istituzioni importanti per il futuro del mondo, a voi che avete in carico l’educazione delle giovani generazioni, perché è essenziale che assumiate su di voi e proseguiate il compito della testimonianza, delle nostre testimonianze, per lottare contro l’oblìo, per impedire che si volti la pagina su Auschwitz, per lottare contro i negazionisti e per difendere la verità storica.

É il nostro dovere, nostro, dei sopravvissuti,anche a nome di tutti i nostri cari scomparsi nella Shoah, chiedervi di non abbassare la guardia, chiedervi di impegnarvi a fare tutto quanto vi è possibile per preservare il mondo dal ripetersi di tali atrocità.

Certo la sfida è enorme, speriamo di essere degni di questo compito che ci è stato affidato.

Grazie per la vostra attenzione.

 

(*) L’espressione è di Henrich Himmler, Reichsführer.

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In memoria di Shlomo Venezia

Dalle camere a gas di Auschwitz

a testimone della Shoah Con Shlomo.

 

Domenica 27 gennaio 2013 ore 21

Cineteca Comunale, via Gambalunga 27 - ingresso libero

 

Con Un testimone, documentario di Giancarlo Sormani (Italia 2003, 48’), il Comune di Rimini ha realizzato l’unico film italiano interamente dedicato alla tragica esperienza di Shlomo Venezia nel campo di Auschwitz- Birkenau, dove fu costretto dalle SS a lavorare nelle camere a gas con il compito di bruciare i cadaveri delle vittime. Girato interamente in Polonia, in occasione di un viaggio studio al complesso concentrazionario di Auschwitz effettuato da cinquanta insegnanti di tutta Italia, coordinati da Laura Fontana per il Progetto Educazione alla Memoria, il documentario ricostruisce il funzionamento del più grande centro di sterminio mai realizzato nella storia. Il racconto del contesto storico di Auschwitz è accompagnato dalla narrazione della personale vicenda di Shlomo, ebreo italiano deportato dalla Grecia insieme alla sua famiglia nella primavera del 1944, attraverso la voce diretta del testimone che rievoca, spiega, si interroga e dialoga con gli insegnanti, nel tentativo impossibile di comprendere “come è stato possibile”. Partecipano Laura Fontana, responsabile progetto Educazione alla Memoria, Gianluca Guidomei, Mare di Libri, Francesca Panozzo, dottore di ricerca in storia contemporanea. Saranno presenti il regista del film e alcuni insegnanti che hanno partecipato al viaggio con Shlomo.

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